Promossi o bocciati

Questo periodo dell’anno ha quella forza simbolica capace di attraversare le pareti delle scuole e di insinuarsi nelle case, nelle conversazioni a tavola, nei silenzi trattenuti dietro una porta chiusa e persino nei sogni inquieti di ragazzi e genitori, perché il periodo delle pagelle, degli esami di terza media, della maturità, degli appelli universitari e dei debiti formativi non rappresenta soltanto una verifica delle conoscenze acquisite, ma diventa spesso una sorta di rito collettivo nel quale ciascuno, consapevolmente o meno, si trova a confrontarsi con interrogativi molto più profondi che riguardano il proprio valore personale, il proprio futuro e il significato stesso del successo e del fallimento.

Se osservassimo una famiglia durante questi giorni con lo sguardo di un narratore antico, forse non vedremmo semplicemente uno studente in attesa di un risultato, ma assisteremmo a qualcosa di molto simile a ciò che accadeva agli eroi delle grandi epopee quando, giunti davanti a una soglia decisiva del loro viaggio, erano chiamati a dimostrare non soltanto la propria forza, ma soprattutto la capacità di sostenere l’incertezza, poiché ogni esame, indipendentemente dall’età di chi lo affronta, porta con sé una domanda implicita che raramente riguarda la materia studiata e che più spesso assume la forma di un interrogativo esistenziale: sarò abbastanza?

Quando il voto smette di essere un numero e diventa uno specchio

Il problema non nasce quasi mai dal voto in sé, poiché un numero scritto su un registro elettronico possiede un valore estremamente limitato e circoscritto, ma dal significato psicologico che quel numero assume all’interno della storia personale di chi lo riceve e di chi lo osserva; accade così che una promozione possa essere vissuta come la conferma di essere degni di amore e approvazione, mentre una bocciatura possa trasformarsi, nella percezione soggettiva di alcuni ragazzi, nella prova apparentemente definitiva di non essere abbastanza intelligenti, abbastanza capaci o abbastanza meritevoli.

Eppure, come accade spesso nella vita psicologica, il dolore non deriva tanto dagli eventi quanto dalle narrazioni interiori che costruiamo intorno ad essi, perché esiste una differenza enorme tra pensare “sono stato bocciato” e pensare “sono un fallimento”, una differenza che potrebbe sembrare soltanto linguistica e che invece segna il confine tra un’esperienza difficile e una ferita identitaria destinata a lasciare tracce molto più profonde.

In terapia capita frequentemente di incontrare adulti che, a distanza di venti o trent’anni, ricordano ancora con sorprendente nitidezza il giorno in cui vennero rimandati o bocciati, non tanto per la conseguenza scolastica che quell’evento ebbe sulla loro carriera, quanto per il significato emotivo che esso assunse all’interno della relazione con figure importanti della loro vita, poiché ciò che rimane impresso nella memoria non è quasi mai il voto, ma lo sguardo con cui qualcuno ci ha guardati nel momento in cui quel voto è arrivato.

Il labirinto di Teseo e l’ansia della prestazione

Se dovessimo cercare nella mitologia una metafora della condizione psicologica vissuta da molti studenti durante gli esami, probabilmente dovremmo rivolgerci al mito di Teseo e del Minotauro, una storia che viene spesso interpretata come il racconto di una lotta contro un mostro, ma che può essere letta anche come la descrizione di un viaggio all’interno di un labirinto dove l’orientamento si perde e ogni corridoio sembra identico all’altro.

Per molti ragazzi, infatti, il vero problema non è rappresentato dall’esame, bensì dal labirinto mentale costruito intorno all’esame stesso, all’interno del quale i pensieri iniziano a rincorrersi senza sosta producendo scenari catastrofici, confronti continui con i coetanei e previsioni drammatiche sul futuro, fino a trasformare una singola prova in una sorta di giudizio universale sulla propria persona.

In queste situazioni il Minotauro assume molte forme diverse, poiché può diventare la paura di deludere i genitori, il timore del giudizio, l’angoscia del confronto oppure la convinzione che un errore sia sufficiente a compromettere irrimediabilmente il proprio destino; e proprio come accade nel mito, il rischio maggiore consiste nello smarrire il filo che permette di ritrovare la strada verso se stessi.

Il dolore silenzioso dei genitori

Quando un figlio affronta un esame importante, si tende a concentrare l’attenzione esclusivamente sulle emozioni del ragazzo, dimenticando che anche il mondo interno dei genitori viene profondamente coinvolto, poiché assistere alla crescita di un figlio significa inevitabilmente confrontarsi con il passare del tempo, con i propri desideri, con le occasioni colte o perdute e con tutte quelle parti della propria storia che si credevano ormai archiviate.

È per questa ragione che, talvolta, una bocciatura viene vissuta da alcuni genitori come una sconfitta personale e una promozione come una sorta di risarcimento emotivo, dinamica che raramente nasce da cattive intenzioni e che più spesso affonda le proprie radici nell’amore e nel desiderio sincero di vedere il figlio felice e realizzato.

Tuttavia, quando l’ansia genitoriale prende il posto della fiducia, può accadere che il sostegno si trasformi lentamente in controllo, che l’incoraggiamento si trasformi in pressione e che la preoccupazione si trasformi in una presenza costante che comunica al ragazzo, seppure involontariamente, l’idea che il suo valore dipenda dai risultati ottenuti.

Dedalo, Icaro e il peso delle aspettative

Tra i racconti mitologici che meglio descrivono il rapporto tra genitori e figli vi è certamente quello di Dedalo e Icaro, poiché la storia di un padre che costruisce ali per permettere al figlio di volare contiene una verità psicologica straordinariamente attuale.

Ogni genitore, infatti, costruisce ali invisibili attraverso sacrifici, rinunce, investimenti affettivi e speranze coltivate per anni, ma il confine tra il desiderio di aiutare e il rischio di proiettare sui figli le proprie aspirazioni irrealizzate è spesso molto sottile, tanto che alcuni ragazzi finiscono per percepire il successo non come un’espressione autentica della propria crescita, bensì come un obbligo emotivo nei confronti di chi ha investito così tanto su di loro.

In queste circostanze il fallimento non viene più vissuto come una normale esperienza umana dalla quale apprendere qualcosa, ma come una colpa, come una sorta di tradimento affettivo che genera vergogna, senso di inadeguatezza e paura del giudizio.

I debiti scolastici e il significato della seconda possibilità

Esiste qualcosa di profondamente simbolico nell’espressione “debito formativo”, poiché il termine stesso richiama l’idea di un conto in sospeso, di qualcosa che deve essere restituito o riparato, e non sorprende che molti studenti vivano questa esperienza con un senso di mortificazione che va ben oltre le reali conseguenze scolastiche.

Eppure, osservando il fenomeno da una prospettiva psicologica, potremmo considerare il debito come una delle metafore più fedeli dell’esistenza umana, dato che nessun percorso di crescita procede lungo una linea perfettamente retta e che ogni individuo, prima o poi, incontra territori nei quali è necessario fermarsi, tornare indietro, rivedere strategie e consolidare competenze che non hanno ancora trovato il tempo di maturare.

La cultura contemporanea, ossessionata dalla prestazione, dalla velocità e dal confronto continuo, tende però a raccontare la crescita come una corsa verso traguardi sempre nuovi, dimenticando che persino gli alberi più robusti trascorrono lunghi mesi apparentemente immobili mentre preparano in silenzio la fioritura successiva.

Quando la terapia diventa un luogo in cui riscrivere il significato dell’esperienza

Molte persone si rivolgono a me nel mio studio di Monterotondo oppure online per queste situazioni, convinte inizialmente di dover affrontare esclusivamente problemi di studio, procrastinazione o ansia da esame, e scoprono progressivamente che la sofferenza nasce da qualcosa di molto più profondo, legato al modo in cui interpretano il successo, al rapporto con le aspettative familiari, alla paura di deludere e alla convinzione, spesso radicata fin dall’infanzia, di dover continuamente dimostrare il proprio valore.

La terapia offre uno spazio nel quale interrompere questa identificazione tra persona e prestazione, consentendo di esplorare le emozioni che si nascondono dietro la paura del fallimento e di costruire una narrazione più ampia e più gentile della propria storia, nella quale un esame non rappresenti più una sentenza definitiva ma un episodio tra i molti che compongono il percorso di crescita.

Attraverso un percorso psicologico è possibile sviluppare una maggiore autostima, imparare una più efficace regolazione emotiva, ridurre il peso del perfezionismo, riconoscere i propri bisogni autentici e costruire una relazione più equilibrata con il concetto di successo.

Oltre la promozione e oltre la bocciatura

Forse il compito più importante che genitori e figli possono condividere durante questi momenti consiste nel ricordare che la vita non procede secondo la logica lineare dei registri scolastici, poiché le persone non maturano tutte nello stesso tempo, non apprendono nello stesso modo e non attraversano le medesime stagioni interiori.

L’errore più grande che possiamo commettere consiste nel confondere una fotografia con l’intero viaggio, dimenticando che un voto rappresenta soltanto un istante catturato nel tempo e non la complessità di una persona, dei suoi talenti, delle sue risorse e delle sue possibilità future.

Come accade nel lungo viaggio di Ulisse verso Itaca, ciò che definisce davvero un essere umano non è l’assenza di ostacoli, ma la capacità di attraversarli senza perdere il contatto con la propria identità più profonda, perché le promozioni e le bocciature, i successi e le cadute, gli esami superati e quelli rimandati non sono altro che capitoli di una storia molto più grande, e nessun capitolo, per quanto importante possa apparire nel momento in cui viene vissuto, ha mai il potere di raccontare da solo l’intero romanzo di una vita.

In fondo, la vera domanda non è se un ragazzo sia stato promosso o bocciato, ma se, attraversando quell’esperienza, abbia imparato qualcosa di prezioso su di sé e la vera sfida per un genitore non consiste nel garantire che il figlio non cada mai, bensì nell’aiutarlo a comprendere che il proprio valore personale, la propria dignità e la propria unicità rimangono intatti anche quando il cammino incontra una salita inattesa.

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Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE