La tirannia della felicità

Tra le persone che entrano nel mio studio di Monterotondo oppure che si collegano online da città diverse, portando con sé storie, età, professioni e percorsi di vita apparentemente lontanissimi tra loro, esiste un filo invisibile che spesso le accomuna e che emerge già nei primi minuti del colloquio, quando iniziano a raccontare la propria sofferenza e, quasi senza accorgersene, lasciano affiorare una convinzione che negli ultimi decenni si è radicata profondamente nell’immaginario collettivo: l’idea che una persona psicologicamente sana debba sentirsi bene quasi sempre, che la felicità rappresenti la condizione naturale dell’essere umano e che emozioni come tristezza, rabbia, paura, delusione o senso di vuoto costituiscano una sorta di anomalia da correggere rapidamente prima che possano compromettere la qualità della vita.

Questa convinzione, continuamente alimentata da social network, pubblicità, modelli culturali e narrazioni che celebrano il successo, l’ottimismo e la positività come se fossero gli unici stati emotivi desiderabili, finisce spesso per trasformare esperienze profondamente umane in prove di inadeguatezza personale, spingendo molte persone a credere che il problema non sia il dolore che stanno attraversando, ma il semplice fatto di provarlo, come se la sofferenza emotiva fosse un difetto da eliminare anziché una delle modalità attraverso cui la vita ci parla, ci modifica e, talvolta, ci costringe a crescere.

Accade così che una persona che sta elaborando un lutto si senta in colpa per non riuscire a essere serena, che qualcuno ferito da un tradimento si giudichi perché prova rabbia oppure che chi sta affrontando un cambiamento importante interpreti la paura come una debolezza da nascondere, alimentando inconsapevolmente una lotta interna che spesso genera più sofferenza dell’evento stesso.

Gli antichi sapevano qualcosa che stiamo dimenticando

Se osserviamo le grandi narrazioni che l’umanità ha costruito per comprendere sé stessa, scopriamo che quasi tutte raccontano una verità molto diversa da quella che domina oggi il nostro immaginario: nessun essere umano si trasforma evitando il dolore, nessun eroe cresce rimanendo costantemente felice e nessuna maturazione autentica si sviluppa senza attraversare territori emotivi complessi e talvolta dolorosi.

Pensiamo a Ulisse, che non diventa l’eroe che conosciamo grazie ai momenti di tranquillità ma attraverso le tempeste, le perdite, gli errori e la nostalgia che accompagnano il suo viaggio, pensiamo a Siddharta, che inizia il proprio percorso di trasformazione proprio quando entra in contatto con la sofferenza umana, pensiamo alle grandi tragedie greche, nelle quali il dolore non rappresentava una deviazione dalla vita, ma uno degli strumenti attraverso cui gli esseri umani potevano comprendere sé stessi e il proprio destino.

Molte delle persone che incontro in terapia arrivano esauste non soltanto per ciò che stanno vivendo ma soprattutto per la battaglia continua che combattono contro il proprio mondo emotivo, come soldati impegnati in una guerra che non può essere vinta perché fondata su un presupposto impossibile: l’idea di poter scegliere quali emozioni provare e quali eliminare.

La tristezza viene percepita come un nemico. La rabbia come qualcosa di sbagliato. La paura come un segnale di debolezza. L’ansia come una vergogna.

E così una quantità enorme di energia viene investita nel tentativo di controllare, reprimere o evitare ciò che si prova, in un processo che ricorda qualcuno che, osservando una tempesta in mare, decida di fermare le onde con le mani anziché imparare a navigarle.

Le emozioni non sono il problema

Le emozioni non sono errori del sistema. Non sono difetti della personalità e non rappresentano una prova del nostro valore.

Dal punto di vista psicologico ed evolutivo costituiscono strumenti estremamente sofisticati che aiutano l’essere umano a orientarsi nel mondo.

La tristezza compare quando perdiamo qualcosa di importante. La paura emerge quando percepiamo una minaccia. La rabbia si manifesta quando sentiamo che un nostro confine è stato violato. La gioia accompagna ciò che favorisce il nostro benessere.

Pretendere di vivere soltanto alcune emozioni equivale a desiderare un’orchestra composta esclusivamente da violini, eliminando tutti gli altri strumenti perché producono note troppo intense o malinconiche, senza accorgersi che proprio quelle note contribuiscono alla profondità della musica.

La leggenda dell’uomo che inseguiva la felicità

Una leggenda sufi racconta di un uomo convinto che la felicità abitasse sulla cima di una montagna lontana e che, per raggiungerla, attraversò deserti, foreste e città sconosciute, inseguendo instancabilmente quella meta che sembrava sempre a un passo da lui e che tuttavia continuava a sfuggirgli.

Soltanto molti anni dopo comprese che il problema non era la distanza dalla montagna ma la convinzione che la felicità dovesse essere una condizione permanente, perché la vita non è stata costruita per offrire uno stato emotivo unico e immutabile ma un continuo alternarsi di stagioni interiori, ognuna portatrice di significati differenti.

Allo stesso modo il lavoro terapeutico non consiste nell’eliminare le emozioni considerate negative, ma nel modificare il rapporto che la persona intrattiene con esse, aiutandola a riconoscere come il tentativo incessante di evitare tristezza, rabbia o paura finisca spesso per amplificarle e mantenerle vive.

Molte volte il cambiamento inizia quando la persona smette di chiedersi come liberarsi delle proprie emozioni e inizia invece a domandarsi come possa imparare ad attraversarle senza esserne travolto, sviluppando una maggiore flessibilità psicologica e una relazione più sana con la propria esperienza interiore.

La salute psicologica non coincide con una felicità permanente, così come il benessere non consiste nell’eliminazione delle emozioni difficili. Consiste piuttosto nella capacità di accogliere l’intera complessità dell’esperienza umana, riconoscendo che gioia e dolore, entusiasmo e paura, speranza e delusione non sono opposti che si escludono ma parti della stessa storia.

Perché la vita assomiglia molto più a un cielo attraversato da stagioni diverse che a un’estate eterna, e pretendere che esista soltanto il sole significa dimenticare che sono proprio le nuvole, il vento, la pioggia e perfino le tempeste a rendere possibile la bellezza del paesaggio che, prima o poi, torneremo a contemplare.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE