Fame di appartenenza

Negli anni Cinquanta, lo psicologo statunitense Harry Harlow condusse, presso l’University of Wisconsin–Madison, una serie di esperimenti destinati a cambiare per sempre il modo in cui comprendiamo l’attaccamento. Le sue protagoniste erano piccole scimmie rhesus, separate alla nascita dalle madri biologiche e poste davanti a due “madri surrogate”: una di filo metallico, che forniva il latte, e una rivestita di morbido panno, che non offriva nutrimento ma calore e contatto.

Il risultato fu tanto semplice quanto sconvolgente: i cuccioli sceglievano la madre di stoffa, vi si aggrappavano per ore, vi cercavano conforto nei momenti di paura. Non era il cibo a nutrire la vita psichica, ma il bisogno di vicinanza. Non era la funzione biologica a costruire la sicurezza interiore, ma la relazione.

Quegli esperimenti, oggi eticamente inaccettabili, ci hanno però consegnato una verità che la psicologia continua a confermare: senza amore, senza riconoscimento, senza una presenza che ci rispecchi, l’essere umano si disorganizza. Cresce, sì, ma cresce come può.

La storia di Punch

E tornando al presente, la storia di Punch, una delle scimmiette cresciute in isolamento, privata di contatto, interazione e appartenenza, ci colpisce perché non è soltanto la storia di un animale, ma è lo specchio crudo di ciò che accade quando il bisogno di appartenenza resta senza risposta.

Punch non aveva uno sguardo in cui riconoscersi, non aveva un corpo caldo a cui aggrapparsi, non aveva un ritmo condiviso. Come accade spesso in condizioni di deprivazione affettiva, sviluppò comportamenti ripetitivi e auto-consolatori: si dondolava, si stringeva, si aggrappava a oggetti inanimati come se potessero sostituire una relazione viva. Non cercava un oggetto. Cercava una presenza.

E qui la storia smette di appartenere al laboratorio e comincia a parlarci di noi. Infatti quando manca l’amore, cerchiamo supporti.

Ogni giorno, nel mio studio di Monterotondo e nei percorsi online, incontro persone che, con parole diverse ma con la stessa vibrazione emotiva, mi raccontano di sentirsi escluse, non viste, non riconosciute. Parlano di famiglie in cui “non è mancato nulla”, ma è mancato lo sguardo. Parlano di relazioni in cui erano presenti fisicamente, ma assenti emotivamente. Parlano di un senso di estraneità che le accompagna anche in mezzo agli altri.

E allora, come Punch, cercano supporti sostitutivi.

A volte il supporto è il lavoro portato all’eccesso, a volte è il cibo, a volte è una relazione dipendente, a volte è il controllo ossessivo, a volte è l’iper-indipendenza che dice: “Non ho bisogno di nessuno”. Sono tutte madri di filo metallico: nutrono una parte, ma non scaldano.

Dal punto di vista psicologico, quando il bisogno primario di attaccamento non viene soddisfatto in modo sufficientemente buono, l’individuo costruisce strategie di sopravvivenza. Non sono difetti. Sono adattamenti. Il problema è che ciò che salva nell’infanzia spesso limita nell’età adulta.

Il bambino che non è stato consolato impara a non chiedere. L’adolescente che non è stato riconosciuto impara a sovra-performare o a ritirarsi. L’adulto che non si è sentito appartenere può oscillare tra dipendenza e isolamento. Tutti, in fondo, stanno cercando la loro madre di stoffa.

La psicologia contemporanea conferma ciò che Harlow aveva intuito: il senso di appartenenza non è un lusso emotivo, è una necessità biologica. Sentirsi parte di qualcosa (una famiglia, una coppia, un gruppo, una comunità…) regola il sistema nervoso, stabilizza l’identità, riduce l’ansia esistenziale.

Quando questo senso viene meno, emergono sintomi che spesso vengono etichettati come “insicurezza”, “dipendenza”, “bassa autostima”, ma che in realtà raccontano una fame più profonda: la fame di essere visti e accolti senza condizioni.

Punch non era “difettosa”. Era affamata di relazione.

Il lavoro terapeutico: costruire una madre di stoffa interiore

La terapia diventa uno spazio in cui fare un’esperienza emotiva correttiva. Non è solo parlare dei problemi. È sperimentare una relazione stabile, coerente e non giudicante, in cui le emozioni trovano posto.

Nel tempo, ciò che avviene è sottile ma potente: la persona inizia a interiorizzare quella presenza. Costruisce, lentamente, una madre di stoffa interna. Impara a riconoscere i propri bisogni senza vergogna. Impara a chiedere. Impara a distinguere tra supporti che anestetizzano e relazioni che nutrono.

Nel mio lavoro clinico vedo spesso questo passaggio: persone che arrivano raccontando solitudine e finiscono per scoprire che il primo luogo di appartenenza possibile è dentro di sé, in una relazione interna più gentile e accogliente.

Cosa possiamo fare, concretamente

Sul piano terapeutico e personale, alcuni passaggi sono fondamentali:

  • Riconoscere il bisogno di appartenenza
  • Osservare i propri supporti sostitutivi
  • Allenare la vulnerabilità in contesti sicuri
  • Lavorare sulla regolazione emotiva
  • Chiedere aiuto senza vergogna

La terapia offre uno spazio protetto in cui questi passaggi possono avvenire senza fretta, rispettando i tempi della psiche, che non sono mai quelli della prestazione.

La storia di Punch ci commuove perché tocca una verità universale: non siamo fatti per crescere da soli. Possiamo sopravvivere senza amore, ma non possiamo fiorire. E quando l’amore manca, non smettiamo di cercarlo, lo cerchiamo dove possiamo, come possiamo, a volte nei luoghi sbagliati.

Ma la buona notizia è che l’attaccamento non è un destino immutabile. Le esperienze riparative esistono. Le relazioni trasformative esistono. La terapia può diventare uno di questi luoghi.

E forse, dentro ciascuno di noi, c’è ancora una piccola parte che aspetta di sentirsi finalmente a casa.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE