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Chi dice danno…

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C’è un proverbio antico, amaro come certe eredità che nessuno ha chiesto di ricevere: “Chi dice danno dice donna”. Un modo di dire tramandato nei secoli come una filastrocca innocente e invece carico di sospetto, di colpa, di un’accusa sottile che attraversa la storia femminile dai roghi delle streghe fino alle moderne stanze dei tribunali interiori.

Oggi, nella Giornata Internazionale delle Donne, sento il bisogno di fermarmi e riscrivere quel proverbio. Di restituirgli il respiro. Di capovolgerlo.

Perché se c’è una cosa che le donne danno, non è il danno. È vita, è cura, è presenza, è essenza.

Le parole non sono mai innocenti. Si insinuano sotto pelle, si depositano nell’inconscio collettivo, diventano credenze silenziose che modellano identità. Un proverbio ripetuto con leggerezza può trasformarsi in una profezia interiorizzata, in una lente attraverso cui una bambina impara a guardarsi.

Quante volte, senza accorgercene, abbiamo respirato narrazioni che collegano il femminile al caos, alla tentazione, alla responsabilità di ciò che si rompe? E quante donne sono cresciute con la sensazione di dover essere “meno”, di dover contenere la propria luce per non disturbare, per non creare problemi, per non essere, ancora una volta, il “danno”?

La psicologia ci insegna che l’identità si costruisce anche attraverso lo sguardo dell’altro. Se lo sguardo collettivo è sospettoso, giudicante, svalutante, è facile che quella stessa voce diventi interna. E allora il lavoro più grande diventa questo: disimparare la colpa che non ci appartiene.

L’eco delle streghe e il peso della colpa

C’è stato un tempo in cui bastava essere troppo intuitive, troppo sapienti, troppo libere per essere additate come pericolose.

Durante i secoli delle persecuzioni, culminate in opere come il Malleus Maleficarum, la donna è stata descritta come fragile moralmente, ingannevole, persino incline al male e non era un semplice pregiudizio: era una narrazione sistemica, un racconto collettivo che ha inciso nel profondo dell’inconscio culturale.

E quel racconto non è mai scomparso del tutto, ha solo cambiato forma, si è infilato nei proverbi, nelle battute, nelle aspettative sociali e nel senso di colpa. E così, generazione dopo generazione, molte donne hanno imparato a chiedersi silenziosamente: “Sono io il problema?”

Nel mio studio a Monterotondo, e nelle stanze virtuali degli incontri online, entrano ogni settimana donne straordinarie. Entrano con passi incerti ma con una forza che non sempre riconoscono. Portano sulle spalle famiglie, relazioni, figli, genitori anziani, carriere, aspettative. Portano il mondo.

Nelle loro parole sembra che tutte dicano: “Mi sento come una casa sempre aperta. Tutti entrano, tutti trovano quello che serve, ma io non so più dove sia la mia stanza”. Ecco il paradosso.

Le donne sono state educate alla cura, alla disponibilità emotiva, all’ascolto, alla mediazione. Hanno imparato a leggere gli sguardi prima ancora delle parole. A sentire le tensioni nell’aria come si sente arrivare un temporale.

Ma raramente è stato insegnato loro a rivolgere quello stesso sguardo amorevole verso sé stesse.

La psicologia ci racconta che la costruzione dell’identità femminile è spesso intrecciata alla dimensione relazionale: io sono perché mi prendo cura. È una forza meravigliosa, ma può diventare una prigione invisibile quando la cura non conosce reciprocità.

Il mito del “danno” e la verità della trasformazione

Quando una donna alza la voce, viene definita eccessiva. Quando stabilisce un confine, viene detta egoista. Quando lascia una relazione che la ferisce, viene accusata di distruggere, ma forse il “danno” di cui si parla è un altro.

Forse il vero sconvolgimento è che una donna che si riconosce non è più controllabile. Una donna che si cura non è più sacrificabile. Una donna che si sceglie rompe equilibri fondati sulla sua rinuncia. E allora sì, qualcosa si rompe, ma non è un danno, è una trasformazione.

Come il bosco che dopo un incendio torna a germogliare con più luce. Come la fenice che conosce il fuoco e non ne ha più paura.

La parola empowerment è stata usata tanto, forse troppo. Ma nella sua essenza significa riappropriarsi del proprio potere personale, ma non è competizione, né superiorità. È piuttosto la capacità di dirsi: “Io merito lo stesso amore che offro agli altri”.

In psicoterapia, questo passaggio è delicato e rivoluzionario insieme. Molte donne arrivano da me convinte di dover “aggiustare” qualcosa che non va in loro. Con il tempo scoprono che non c’è nulla di rotto: c’è solo una voce interiore che per anni è stata messa a tacere.

La terapia diventa allora uno spazio sacro, un luogo in cui la cura cambia direzione, non più solo verso l’esterno, ma finalmente verso l’interno. Imparare a prendersi cura di sé non è egoismo, è responsabilità emotiva. È interrompere una catena di auto-negazione che spesso attraversa le generazioni.

Riscrivere il proverbio

Se dovessimo oggi riscrivere quel vecchio detto, potremmo dire: Chi dice donna dice dono.

Perché questo è ciò che vedo ogni giorno: donne che, nonostante ferite antiche e moderne, continuano a generare significato, relazioni, progetti, bellezza. Donne che hanno attraversato tradimenti, lutti, fallimenti, violenze psicologiche e che, sedute davanti a me, trovano il coraggio di dire:
“Adesso voglio capire chi sono io.”

Perciò in questa Giornata Internazionale delle Donne, il mio pensiero va a tutte le donne che ho incontrato e che incontrerò: a quelle che hanno imparato a sopravvivere e ora vogliono imparare a vivere, a quelle che stanno ancora cercando la loro stanza dentro quella casa sempre aperta.

Il mio invito è questo: Spostate il focus. Smettete di essere solo porto sicuro per gli altri e diventate approdo anche per voi stesse.

Perché l’unica cosa che le donne “danno”, da sempre, è la loro meravigliosa essenza e quell’essenza merita spazio, ascolto, rispetto.

E forse, un giorno, quel vecchio proverbio suonerà solo come un ricordo lontano, un’eco di un tempo che non ci appartiene più. Perché chi dice donna, oggi, dice forza, dice coscienza, dice cura consapevole, dice libertà.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE

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