Quando tutto sembra urgente

Ci sono fasi della vita in cui ogni cosa sembra reclamare attenzione nello stesso istante, come se il tempo si fosse ristretto e tutto fosse diventato improvvisamente urgente, e molte delle persone che incontro nel mio studio di Monterotondo, oppure online, arrivano proprio in questo stato: confuse, affaticate, sovraccariche, con la sensazione di avere troppe cose da affrontare e nessun punto da cui iniziare davvero. Non è solo una questione di organizzazione, ma una fatica più profonda, perché quando tutto sembra importante, la mente non riesce più a distinguere, e ciò che dovrebbe guidarci, cioè il senso, il valore, la direzione, si perdono in un rumore indistinto.

È qui che emerge, spesso senza essere nominato, il bisogno di un principio essenziale: “whatever it takes”, tutto ciò che serve, sì, ma con una consapevolezza fondamentale: non tutto insieme, non tutto nello stesso momento, non tutto con la stessa urgenza.

Una delle difficoltà più grandi è accettare che dare priorità non significa sminuire il resto, eppure molte persone vivono la scelta come una forma di perdita, quasi un tradimento nei confronti delle altre aree della propria vita. Così, a causa dell’inganno del tutto, si resta fermi, nel tentativo impossibile di tenere tutto allo stesso livello, e in questo tentativo si consuma una quantità enorme di energia.

La verità, però, è meno comoda e più liberatoria: non scegliere è già una scelta, e spesso è quella che costa di più, perché mantiene tutto sospeso, irrisolto, in una tensione continua che logora senza produrre cambiamento. È come trovarsi su una barca che imbarca acqua e cercare di salvare ogni oggetto invece di tappare la falla: il gesto può sembrare nobile, ma non è efficace.

Dove iniziare davvero

Quando qualcuno mi dice: “Non so da dove partire”, raramente il problema è la mancanza di cose importanti, ma piuttosto l’assenza di un criterio. E allora il lavoro diventa spostare la domanda, perché chiedersi “cosa è più importante in assoluto” porta quasi sempre a una risposta paralizzante: tutto.

Molto più utile è iniziare a chiedersi, con una certa onestà: “Cosa, se cambiasse anche solo un poco, renderebbe il resto più sostenibile?”, oppure “Cosa mi sta consumando più energia, anche se cerco di ignorarlo?”. In queste domande c’è già un orientamento, perché non cercano la perfezione ma il punto di leva, quel nodo specifico che tiene insieme molti altri fili.

Spesso, ciò che emerge non è il problema più evidente, ma quello più attivo nel generare fatica: una relazione che drena, una scelta rimandata, un limite che non si riesce a mettere. E non sempre è ciò di cui si parla di più, ma è ciò che pesa di più.

Inoltre c’è un altro passaggio delicato che molte persone sottovalutano: non tutto ciò che è importante è affrontabile nello stesso momento, e ignorare questo aspetto porta spesso a tentativi fallimentari che rinforzano il senso di impotenza.

In terapia, diventa allora fondamentale distinguere tra ciò che è teoricamente rilevante e ciò che è psicologicamente accessibile. Se una persona è esausta, iniziare dal compito più impegnativo può sembrare la scelta più “giusta”, ma rischia di essere anche la meno efficace. Al contrario, partire da qualcosa che si può muovere, anche di poco, crea una dinamica diversa: il movimento genera energia, e l’energia permette di affrontare gradualmente anche il resto.

È una logica meno eroica e più realistica, ma proprio per questo più trasformativa.

Il valore del primo metro

A volte racconto una storia semplice, quella di un giardino completamente trascurato, così grande e caotico da scoraggiare qualsiasi tentativo di sistemazione. Il primo impulso è quello di voler fare tutto subito, riportare ordine ovunque, ma è proprio questo impulso a bloccare l’azione.

Quando invece si sceglie un solo punto, anche minuscolo, e lo si cura davvero, accade qualcosa di diverso: non solo quel pezzo cambia, ma cambia anche la percezione di sé, perché si passa dall’impotenza all’azione. E da lì, lentamente, si può procedere. La priorità non è fare tutto, ma iniziare in modo che sia possibile continuare.

Molte delle persone che si rivolgono a me non cercano solo soluzioni ai singoli problemi, ma, spesso senza dirlo esplicitamente, hanno bisogno di imparare a orientarsi, a capire come decidere cosa affrontare prima e cosa dopo, come riconoscere ciò che conta davvero in mezzo al rumore.

Questo è uno degli aspetti più profondi del lavoro terapeutico: non offrire una lista di priorità, ma aiutare a costruire una capacità interna di scelta, che tenga insieme realtà ed emozioni, limiti e valori. Perché non sempre ciò che fa più rumore è ciò che ha più peso, e non sempre ciò che è più importante è ciò che si riesce ad affrontare subito.

Trovare un punto di incontro tra queste dimensioni è già un cambiamento significativo.

Il peso dei no

C’è poi una parte inevitabile, e spesso dolorosa, del dare priorità: escludere. Dire dei no, esplicitamente o implicitamente, accettando che non tutto potrà essere curato nello stesso momento e questo passaggio tocca corde profonde, perché può attivare senso di colpa, paura di perdere opportunità, timore di deludere. Eppure, senza questa capacità, si resta intrappolati in un sì continuo che svuota e disperde.

Col tempo, molte persone arrivano a riconoscere una verità semplice ma potente: ogni sì ha un costo invisibile, e imparare a vederlo aiuta a scegliere con maggiore consapevolezza.

Infatti nei momenti più difficili non si tratta più di migliorare o crescere, ma di reggere, di mantenere un equilibrio minimo che permetta di non crollare e in queste fasi è opportuno farsi domande più essenziali: “Cosa mi aiuta a stare in piedi oggi?”, “Cosa posso fare per non peggiorare la situazione?”. Le risposte, a volte, sono sorprendentemente concrete e basilari, ma non per questo meno importanti: dormire, nutrirsi, ridurre il carico, chiedere aiuto. C’è una forma di forza anche in questo, meno visibile ma profondamente necessaria.

Costruire una direzione

Con il tempo, ciò che cambia non è tanto l’assenza di complessità, ma il modo in cui ci si orienta al suo interno. Dare priorità diventa meno un esercizio mentale e più una forma di ascolto, una capacità di riconoscere ciò che avvicina e ciò che allontana, ciò che nasce dalla paura e ciò che nasce da un valore.

Non esiste una bussola perfetta, ma esiste la possibilità di costruirne una sufficientemente affidabile, fatta di domande sincere e di scelte progressivamente più consapevoli.

Alla fine, il punto non è avere tutto chiaro prima di muoversi. È vero il contrario: la chiarezza arriva spesso dopo il primo passo, non prima.

E se oggi ti trovi in quel punto in cui tutto sembra importante e nulla sembra gestibile, prova a non cercare la soluzione completa. Cerca qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più potente: un inizio possibile. Non perfetto, non definitivo, ma reale, perché, in fondo, tutto ciò che conta inizia da lì.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE