Padri in evoluzione

Ci sono giorni dell’anno che passano quasi in silenzio, e altri che invece hanno la capacità di fermarci un momento, di invitarci a guardare dentro di noi. La festa del papà è uno di quei giorni. Non è soltanto una ricorrenza, non è soltanto un disegno fatto a scuola o un messaggio affettuoso sul telefono. Infatti, se ci permettiamo di ascoltarla davvero, può diventare una domanda profonda sulla nostra identità, sul modo in cui stiamo dentro la relazione con i nostri figli, sul tipo di padre che siamo e sul tipo di padre che stiamo ancora imparando a diventare.

Nel mio lavoro clinico queste riflessioni non nascono soltanto dall’esperienza personale, ma anche da anni di studio e di pratica con bambini, adolescenti e famiglie. Nel libro Terapie brevi in età evolutiva, ho cercato proprio di raccontare questo: quanto sia importante intervenire in modo mirato, rispettoso e profondamente umano quando un bambino o un ragazzo attraversa una difficoltà. Le terapie brevi, infatti, non sono terapie “veloci” nel senso superficiale del termine, ma percorsi che cercano di individuare i nodi relazionali più importanti e lavorare lì, dove il cambiamento può davvero nascere. E molto spesso, quando si lavora con i più piccoli, quei nodi riguardano inevitabilmente anche i genitori, il loro modo di comunicare, di ascoltare, di sostenere. In questi anni ho visto tante madri e tanti padri sedersi nello studio con il desiderio sincero di capire meglio i propri figli ed è sempre profondamente toccante osservare come, quando un genitore si mette in gioco, il cambiamento non riguarda solo il bambino, ma tutta la famiglia. Anche per questo motivo ho scritto quel libro: per condividere strumenti clinici, ma soprattutto per raccontare che dietro ogni sintomo c’è una relazione che chiede di essere compresa, e dietro ogni relazione c’è un genitore che, con tutta la sua forza e la sua fragilità, sta cercando di fare del proprio meglio.

Scrivo queste parole non solo come psicologo, ma anche come padre. E forse proprio questa doppia prospettiva, quella professionale e quella personale, mi hanno insegnato qualcosa che considero fondamentale: la paternità non è una posizione di sicurezza, è un viaggio di trasformazione.

Quando nasce un figlio, nasce anche un padre

Quando nasce un figlio, nasce anche un padre. Questa frase può sembrare semplice, quasi retorica, eppure racchiude una verità profonda: nessuno è pronto davvero alla paternità, perché la paternità non è qualcosa che si possiede, è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, relazione dopo relazione, errore dopo errore.

Molti padri, soprattutto oggi, vivono questa esperienza in modo intenso e complesso. Da una parte sentono il desiderio di esserci, di essere presenti, di essere padri diversi rispetto a modelli più distanti del passato, dall’altra però si trovano a fare i conti con dubbi, paure, stanchezza, senso di inadeguatezza. E troppo spesso queste emozioni restano silenziose.

Perché agli uomini, ancora oggi, viene insegnato poco a parlare delle proprie fragilità. Eppure la verità psicologica è un’altra: la fragilità non è il contrario della forza, è la sua porta d’ingresso.

Nel mio lavoro di psicologo, e anche nel libro che ho scritto sulle terapie brevi in età evolutiva, ho avuto la possibilità di incontrare moltissimi genitori. Madri, certo, ma anche tanti padri. Padri che arrivano nel mio studio, a Monterotondo, oppure che mi contattano online da altre città, spesso con una frase che suona più o meno così: “Non so se sto facendo bene.”

Dietro queste parole c’è molto più di un dubbio educativo. C’è spesso il peso della responsabilità, il desiderio di non ferire i propri figli, la paura di ripetere errori vissuti nella propria storia, e allo stesso tempo la sensazione di non avere sempre gli strumenti giusti. Essere padre significa muoversi continuamente tra due poli: la forza e la vulnerabilità.

La forza è quella che ci fa alzare la mattina anche quando siamo stanchi, che ci spinge a proteggere, a sostenere, a indicare una strada. La vulnerabilità è quella che ci fa domandare se siamo stati troppo duri, se avremmo dovuto ascoltare di più, se quel silenzio, quella rabbia, quella distanza del nostro bambino o del nostro adolescente hanno qualcosa a che fare con noi.

Come posso capire se sono un buon padre?

Molti padri pensano che questa domanda sia un segno di debolezza. In realtà è il segno più autentico della responsabilità affettiva. Un padre che si interroga è un padre che ama.

Uno degli aspetti più toccanti del mio lavoro è vedere cosa succede quando un padre trova il coraggio di fermarsi e di chiedere aiuto. Non succede sempre subito. Spesso arriva dopo mesi, a volte anni di tentativi solitari. Ma quando accade, succede qualcosa di importante: la paternità smette di essere un peso solitario e diventa una relazione che può essere pensata, compresa, trasformata.

La terapia, soprattutto quando si lavora con bambini e adolescenti, non riguarda mai soltanto il figlio. Riguarda la famiglia, le relazioni, le storie che si intrecciano tra generazioni. E molto spesso i padri scoprono qualcosa di sorprendente: non devono essere perfetti per essere padri sufficientemente buoni. Devono essere presenti. Devono essere disponibili a mettersi in discussione. Devono essere capaci, a volte, di dire anche una frase che per molti uomini è difficilissima: “Forse ho sbagliato, riproviamo”. Quando un padre riesce a dire questo, succede qualcosa di straordinario nella relazione con i figli. Non perde autorevolezza, come molti temono. Al contrario, costruisce fiducia.

I figli non hanno bisogno di padri impeccabili. Hanno bisogno di padri umani. Padri che sanno proteggere ma anche ascoltare. Padri che sanno indicare dei limiti ma anche riconoscere le emozioni. Padri che sanno restare nella relazione anche quando la relazione diventa difficile.

Perché ci saranno momenti difficili. Ci saranno conflitti, porte chiuse, parole dette male o non dette affatto. Fa parte della crescita. Fa parte della vita. E qui entra in gioco una delle competenze psicologiche più importanti nella paternità: la capacità di restare emotivamente presenti anche nelle tempeste relazionali.

Esserci anche quando non si sa come intervenire

Molti padri, quando il rapporto con i figli si complica, oscillano tra due estremi: irrigidirsi oppure ritirarsi. O diventano troppo severi, oppure si allontanano emotivamente per evitare il conflitto. Ma esiste una terza strada: restare nella relazione. Restare significa continuare a essere un punto di riferimento anche quando non si hanno tutte le risposte. Significa poter dire: “Non so esattamente come aiutarti, ma ci sono”. Questa frase, per un figlio, può essere potentissima.

Nel mio lavoro vedo spesso quanto sia preziosa la presenza di un padre che decide di mettersi in gioco, di partecipare agli incontri, di interrogarsi sul proprio modo di comunicare, di gestire la rabbia, di affrontare la distanza emotiva. E molte volte accade qualcosa di profondamente commovente: il percorso terapeutico diventa anche un percorso di crescita per il padre stesso. Perché diventare genitori riattiva inevitabilmente la nostra storia. Ci mette davanti ai nostri modelli educativi, ai nostri bisogni non ascoltati, alle nostre ferite infantili. A volte un padre si accorge, proprio mentre prova ad aiutare il proprio figlio, che dentro di sé esiste ancora un bambino che avrebbe avuto bisogno di più ascolto, più guida, più riconoscimento. Questo non è un fallimento. È un’occasione di consapevolezza.

Quando un padre lavora su se stesso, non lo fa solo per sé. Lo fa anche per i suoi figli. Sta interrompendo automatismi, sta costruendo nuove possibilità relazionali, sta creando un ambiente emotivo diverso. Per questo motivo, in occasione della festa del papà, vorrei dire qualcosa a tutti i padri che leggeranno queste parole. Se vi sentite stanchi, se a volte vi sentite inadeguati, se vi capita di pensare di non essere all’altezza del compito immenso che la paternità comporta, sappiate una cosa importante: non siete soli in queste emozioni.

Essere padre è una delle esperienze più intense e trasformative che una persona possa vivere. È una responsabilità enorme, ma è anche una straordinaria occasione di crescita umana. E il coraggio più grande non è quello di fare tutto da soli. Il coraggio più grande è riconoscere quando abbiamo bisogno di uno spazio per pensare, capire, cambiare.

Sempre più padri stanno facendo questo passo. Alcuni vengono nel mio studio di Monterotondo, altri iniziano un percorso online. Tuttavia ogni volta che un padre decide di farlo, sta compiendo un gesto potente: sta scegliendo di prendersi cura della relazione con i propri figli. E forse è proprio questo il significato più profondo della festa del papà. Non celebrare un ruolo perfetto. Non celebrare un modello irraggiungibile. Ma riconoscere la bellezza imperfetta della paternità, fatta di tentativi, di cadute, di ripartenze, di abbracci che riparano ciò che le parole non sempre riescono a dire.

Essere padre significa imparare continuamente. Imparare a proteggere senza controllare troppo. Imparare a guidare senza imporre. Imparare ad ascoltare anche quando è difficile. E soprattutto significa ricordare una verità semplice ma fondamentale: i figli non hanno bisogno di un padre perfetto. Hanno bisogno di un padre che continui a scegliere la relazione con loro, ogni giorno. Ed è proprio in questa scelta quotidiana, fragile e coraggiosa allo stesso tempo, che nasce la vera forza della paternità.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE