One Day or Day One

Il giorno che continui a rimandare è quello che ti tiene fermo, One Day or Day One”.
Ho letto l’altro giorno questa frase. È una frase che molti leggono, condividono, salvano, ma che pochi, davvero, si fermano ad abitare fino in fondo, perché implica una responsabilità semplice da comprendere ma difficile da assumere: quella di riconoscere che, molto spesso, la distanza tra la vita che immaginiamo e quella che viviamo non dipende da ciò che ci manca, ma da ciò che continuiamo a rimandare.

Nel mio lavoro quotidiano, molte delle persone che si rivolgono a me, nel mio studio di Monterotondo oppure online, portano esattamente questo tipo di vissuto, anche se raramente lo esprimono in modo così diretto. Loro parlano di blocco, di indecisione, di motivazione che va e viene, di progetti lasciati a metà o mai iniziati, ma sotto queste parole si intravede spesso una dinamica molto chiara: quella del “one day”, del “prima o poi”, del “quando sarà il momento giusto”.

E il punto è proprio questo: quel momento, nella maggior parte dei casi, non arriva.

Non perché manchino le capacità, o perché non sia importante ciò che si desidera fare, ma perché si resta in attesa di condizioni ideali che, semplicemente, non fanno parte della realtà. Si aspetta di avere più tempo, più energia, meno paura, più chiarezza, più sicurezza, come se l’azione dovesse essere la conseguenza naturale di uno stato interno perfetto, stabile, definitivo.

Ma la verità, per quanto possa risultare scomoda, è che quel tipo di stato raramente precede il cambiamento. Al contrario, spesso è proprio l’azione, imperfetta, incerta, incompleta, a generare nel tempo quella sensazione di sicurezza e direzione che si stava aspettando.

Il problema di “farlo dopo”

Rimandare, in questo senso, non è solo una questione organizzativa o di gestione del tempo, ma un vero e proprio meccanismo psicologico, profondamente legato alla paura, e non solo alla paura di fallire, che è quella più evidente e socialmente accettata, ma anche alla paura di riuscire, di cambiare davvero, di uscire da un’identità conosciuta per entrare in qualcosa di nuovo, che non si controlla fino in fondo.

Così si costruiscono narrazioni credibili, rassicuranti, apparentemente logiche, che permettono di posticipare senza sentirsi completamente in colpa: “inizio lunedì”, “aspetto un periodo più tranquillo”, “prima devo sistemare altre cose”. E ogni volta che queste frasi vengono ripetute, si crea una distanza sempre maggiore tra intenzione e azione, tra ciò che si dice e ciò che si fa, con un effetto sottile ma costante sull’autostima.

Perché, nel tempo, il messaggio che passa internamente non è neutro: è qualcosa come “non sto facendo ciò che per me è importante”, e questo può trasformarsi, lentamente, in “forse non sono capace”, oppure “non fa davvero per me”.

One day vs Day one

Il “one day”, quindi, non è innocuo come sembra, è una forma di sospensione che, se prolungata, diventa una gabbia invisibile, in cui ci si abitua a pensare, immaginare, progettare, senza mai attraversare davvero quella soglia che separa il desiderio dall’esperienza.

Dall’altra parte c’è il “day one”, che non ha nulla di epico o cinematografico, ma è molto più concreto, più semplice e, proprio per questo, più difficile: è il momento in cui si accetta di iniziare senza sentirsi pronti, senza avere tutto sotto controllo, senza la garanzia che andrà bene.

È un passaggio interno, prima ancora che pratico, in cui si smette di aspettare la motivazione come condizione necessaria e si inizia ad agire nonostante la sua assenza, scoprendo, spesso con sorpresa, che la motivazione non è ciò che viene prima, ma ciò che si costruisce strada facendo.

Nel lavoro clinico, quando si affrontano questi blocchi, non si tratta tanto di “convincere” la persona a fare qualcosa, quanto di aiutarla a vedere con maggiore chiarezza il funzionamento del proprio rimandare, a riconoscere le giustificazioni che utilizza, a tollerare il disagio dell’inizio e a ridurre l’ampiezza del passo richiesto, perché uno degli errori più comuni è pensare in termini troppo grandi: cambiare vita, trasformarsi completamente, ottenere risultati immediati.

In realtà, ciò che sblocca davvero è quasi sempre qualcosa di molto più piccolo, ma anche molto più reale: un’azione concreta, limitata, possibile, fatta oggi. Non perfetta, non definitiva, ma sufficiente a interrompere l’immobilità. E in quel gesto, apparentemente minimo, accade qualcosa di significativo: si passa da spettatori a partecipanti, da osservatori della propria vita a protagonisti, anche se ancora incerti, anche se ancora pieni di dubbi.

Se non ora, quando?

La domanda, a quel punto, diventa inevitabile, anche se può risultare scomoda: se continui così, dove sarai tra un anno? Ancora nello stesso punto, con gli stessi pensieri, le stesse intenzioni rimandate, oppure leggermente più avanti, non perché tutto è cambiato, ma perché qualcosa, finalmente, è iniziato?

Non esiste una risposta giusta in assoluto, ma esiste una scelta, che si rinnova ogni giorno, spesso in modo silenzioso, quasi invisibile: restare nel “one day” o entrare, anche solo per un momento, nel proprio “day one”.

E allora, forse, alla fine di tutto, la domanda non è più quando inizierai, ma quanto ancora sei disposto a rimandare la tua vita mentre aspetti di sentirti pronto. Perché il tempo non si ferma a renderti più sicuro, né più forte, né più pronto: scorre, semplicemente, e ti attraversa. E in mezzo a questo scorrere silenzioso, c’è uno spazio minuscolo ma decisivo, in cui puoi scegliere. Non di essere perfetto, non di non avere paura, ma di esserci davvero. Di iniziare, anche tremando. 

Perché il tuo Day One non è il giorno in cui tutto cambia, è il giorno in cui tu scegli di non rimandarti più. E da lì, piano, imperfettamente, ma inevitabilmente, qualcosa inizia a muoversi. Perché, alla fine, la differenza non la fa il tempo che passa, ma ciò che scegli di fare mentre il tempo passa.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE