Not all men, but all men

Ci sono date che sembrano appartenere agli altri, che immaginiamo riguardare storie lontane, volti che non conosciamo, tragedie che ci raccontiamo, ma che non ci appartengono. Il 25 Novembre, la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne, per molti uomini è esattamente questo: un giorno “per loro”, per “parlare di loro”, per “fare memoria di ciò che accade a loro”.

Ma ciò che spesso non vediamo, ciò che facciamo fatica perfino a nominare, è che questa giornata parla soprattutto a noi uomini, perché è dentro di noi che qualcosa si è spezzato, o non si è mai formato, ed è lì che deve accadere il cambiamento.

Non per assolvere, non per giustificare, ma per comprendere dove nascono le ombre che, in alcuni, diventano violenza, e in molti altri diventano silenzi, distanze, freddezza, incapacità di stare di fronte alla propria vulnerabilità senza percepirla come una minaccia.

Ci sono uomini che arrivano nel mio studio a Monterotondo oppure online, attraverso uno schermo, da altre città, altre storie, altre vite e che, quando finalmente si siedono, quando il silenzio si scioglie un po’, mi dicono tutti la stessa cosa, pur usando parole diverse: “Non so più chi sono quando provo qualcosa”, “Non capisco perché reagisco così”, “Mi spaventa la mia rabbia, ma non so come fermarla”, “Non voglio far del male, ma non so come fare a non sentirlo dentro”.

Sono uomini che non hanno nulla a che fare con la violenza fisica, eppure portano addosso le stesse ferite emotive che, in altri, diventano distruttive. Sono uomini che si vergognano di dire che stanno male, che tremano più di quanto mostrano, che hanno paura che essere fragili li renda “meno uomini”. E quando li ascolto, quando finalmente trovano il coraggio di entrare in quella stanza interiore che per anni hanno tenuto chiusa, mi accorgo di una cosa che fa male e che fa speranza allo stesso tempo: la radice è sempre la stessa.

Una solitudine emotiva profonda. Una trama di silenzi che nessuno ha mai insegnato a sciogliere. Un’educazione a essere forti senza sapere come si fa davvero.

E allora lì, in quelle sedute, vedo con i miei occhi che il cambiamento è possibile. Vedo che quando un uomo si concede il permesso di sentirsi, di nominare ciò che prova, di guardare la propria ombra senza scappare, qualcosa dentro di lui si ricompone. Non diventa “meno uomo”. Diventa di più.

E penso ogni volta che il vero 25 Novembre inizia proprio lì: nel momento in cui un uomo decide di fermarsi, respirare, ascoltarsi. Perché è da quel gesto di coraggio che nasce la possibilità di un futuro diverso per tutti.

La stanza buia in cui molti uomini crescono

C’è una stanza interiore, in ogni uomo, in cui fin da bambini ci insegnano a non entrare. È la stanza delle paure, della fragilità, della tenerezza, delle lacrime che non devono uscire. È quel luogo in cui riponiamo tutto ciò che “non sta bene” per un maschio: la richiesta di aiuto, il bisogno di essere compresi, la paura del rifiuto, la sensazione di non bastare. E così cresciamo imparando a chiudere, trattenere, comprimere. Diventiamo uomini che sanno contenere tutto, tranne la cosa più importante: se stessi.

E poi accade che quell’emotività inespressa, a forza di essere nascosta, diventi una pressione interna, un nodo che non trova parole, una valanga trattenuta da un filo. E per alcuni, non per tutti, ma per troppi, quella valanga, alla fine, rotola giù. E travolge.

È qui che la frustrazione diventa controllo, la paura diventa rabbia, l’insicurezza diventa possesso, il vuoto diventa violenza. E allora sì, la responsabilità è nostra. Non perché siamo “tutti colpevoli”, ma perché siamo tutti figli dello stesso silenzio.

Pertanto il paradosso che fa male, ma che libera è questo: la violenza sulle donne parla agli uomini più di quanto immaginiamo. Il paradosso, doloroso, necessario, inevitabile, è che il 25 Novembre è una giornata che non può cambiare nulla se non cambia l’uomo.

Se non cambia il modo in cui guardiamo noi stessi. Se non cambia la nostra alfabetizzazione emotiva. Se non cambia la nostra capacità di accettare che siamo fragili anche noi, e che non c’è nessuna minaccia nel riconoscerlo.

La violenza sulle donne è la punta di un iceberg, ma la base sommersa è fatta di tutto ciò che gli uomini non dicono, non riconoscono, non elaborano. È fatta dell’idea, antica come il patriarcato, che un uomo debba essere forte, impenetrabile, sicuro di sé, sempre. È fatta dell’illusione che il controllo sia amore, che la gelosia sia passione, che il comando sia protezione. È fatta dell’incapacità di stare in una relazione come due esseri vulnerabili e pari, non come chi possiede e chi viene posseduto.

Perché molti uomini non cambiano?

Perché hanno paura di guardarsi dentro. Guardarsi dentro non è un gesto leggero: significa entrare finalmente in quella stanza buia, dove per una vita intera abbiamo messo tutto ciò che non volevamo vedere. Significa incontrare un bambino che piange e dirgli che va bene così. Significa riconoscere che il patriarcato non ci ha resi forti: ci ha resi soli. E molti uomini, pur non essendo violenti, vivono comunque male questa solitudine emotiva, perché non sanno come si fa a parlarne, a condividerla, a trasformarla.

Ed è qui che tutto si gioca. Non nel “punire il cattivo” e “salvare la vittima”, come se fossimo in un film, ma nell’aiutare ogni uomo a capire che la libertà emotiva non toglie nulla alla nostra virilità: la completa.

Il 25 Novembre serve soprattutto agli uomini. Sarà doloroso dirlo, ed è paradossale, quasi provocatorio, ma è vero. Perché senza una trasformazione maschile, profonda, sistemica, generazionale, nessuna legge, nessuna campagna, nessun appello basterà mai.

Il 25 Novembre esiste perché le donne subiscono violenza, ma continua a esistere perché gli uomini non cambiano abbastanza.

Un uomo che cambia è un atto rivoluzionario

Cambiare non significa sentirsi colpevoli per ciò che non abbiamo fatto. Significa prendersi carico di ciò che possiamo fare ora. Significa diventare uomini che sanno amare senza possedere, ascoltare senza difendersi, essere presenti senza dominare. Significa vivere le emozioni senza vergogna, chiedere aiuto senza sentirsi meno, dire “ho paura”, “mi sento perso”, “non so come fare”.

Perché un uomo che non ha paura delle proprie fragilità, non avrà mai bisogno di far paura a nessuno.

Se il patriarcato resta com’è, servirà il 25 Novembre tutti i giorni. Finché continueremo a crescere uomini monchi di sé, mutilati emotivamente, incapaci di riconoscere i propri vissuti, allora sì: ci servirà il 25 Novembre ogni giorno. Un giorno per ricordare ciò che non dovrebbe più accadere. Un giorno per dire che la violenza non è un destino, ma una cultura. Un giorno per ricordare a noi uomini che il cambiamento non è un favore che facciamo a qualcuno: è il modo per diventare finalmente interi.

E allora, da uomo a uomo, questa è la verità che non possiamo più rimandare: il 25 Novembre non ci accusa, ci chiama. Ci chiama a essere finalmente liberi, finalmente presenti, finalmente responsabili di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare. Perché la violenza finisce quando comincia il coraggio di guardarci dentro. E quel coraggio può nascere solo da noi. E questo, sì, può cambiare tutto.

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Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE