Fomo e Jomo

La vita contemporanea sembra aver assunto il ritmo incessante di un immenso banchetto al quale tutti sembrano essere stati invitati, tranne noi. Un luogo nel quale ogni giorno scorrono immagini di successi, viaggi, relazioni, occasioni irripetibili, esperienze straordinarie e vite apparentemente perfette che si susseguono davanti ai nostri occhi come le scene di un teatro infinito, inducendoci a credere, spesso senza che ce ne accorgiamo, che esista sempre qualcosa di migliore rispetto a ciò che stiamo vivendo, qualcosa che sta accadendo altrove e che ci sta inevitabilmente sfuggendo.

Questa esperienza prende il nome di FOMO (Fear of Missing Out), letteralmente paura di perdere qualcosa, ed è molto più di una semplice difficoltà a staccarsi dal telefono o di un’abitudine a controllare continuamente i social network. Rappresenta, infatti, uno stato psicologico complesso, fatto di inquietudine, confronto continuo, senso di inadeguatezza, ansia e costante percezione di essere rimasti indietro mentre il mondo sembra procedere senza aspettarci.

Chi vive la FOMO raramente si descrive utilizzando questa parola. Più spesso racconta di sentirsi agitato senza un motivo preciso, di provare il bisogno quasi automatico di controllare continuamente lo smartphone, di avere difficoltà a rilassarsi, di percepire una strana sensazione di vuoto durante i momenti di quiete oppure di sentirsi improvvisamente triste dopo aver osservato le vite degli altri attraverso uno schermo.

È come se, dentro di sé, abitasse una voce silenziosa ma persistente che continua a sussurrare: “E se proprio adesso stesse accadendo qualcosa di importante senza di me?”

Quella voce, apparentemente innocua, può trasformarsi lentamente in una presenza costante capace di modificare il nostro modo di vivere il tempo, le relazioni, il lavoro, perfino il rapporto con noi stessi.

La FOMO: quando il mito di Ermes incontra l’iperconnessione moderna

Nella mitologia greca, Ermes era il messaggero degli dèi, colui che attraversava instancabilmente il mondo con i suoi calzari alati, portando notizie, annunci, incontri, cambiamenti e possibilità. Se osserviamo la nostra società, potremmo immaginare che gli smartphone abbiano assunto simbolicamente proprio quel ruolo: sono diventati i nuovi sandali alati di Ermes, strumenti che ci permettono di raggiungere ovunque persone, eventi, informazioni e opportunità.

Eppure, ciò che avrebbe dovuto ampliare il nostro senso di libertà finisce, talvolta, per restringerlo.

Più aumentano le possibilità di sapere cosa stanno facendo gli altri, più cresce la sensazione di non riuscire mai ad essere nel posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste.

È un paradosso profondamente umano. La tecnologia ci promette di poter essere ovunque, mentre la nostra mente continua ad abitare un solo luogo alla volta.

Ed è proprio da questa frattura che nasce gran parte della Fear of Missing Out.

Perché la FOMO ci fa soffrire? Dal punto di vista psicologico, la FOMO non nasce semplicemente dall’utilizzo dei social network.

I social rappresentano piuttosto un amplificatore di bisogni profondamente umani che accompagnano l’essere umano da sempre: il bisogno di appartenenza, il desiderio di essere riconosciuti, la ricerca di conferme, la paura dell’esclusione e il timore di perdere legami significativi.

L’essere umano è una creatura relazionale. Per migliaia di anni, appartenere al gruppo significava sopravvivere ed essere esclusi poteva significare esporsi al pericolo.

Sebbene oggi il contesto sia radicalmente diverso, il nostro cervello continua a reagire all’esclusione sociale con meccanismi emotivi sorprendentemente simili.

Per questo motivo, vedere continuamente fotografie di amici riuniti, eventi ai quali non partecipiamo, esperienze che non stiamo vivendo oppure traguardi raggiunti da altre persone può attivare emozioni intense che non hanno nulla a che vedere con superficialità o debolezza. Si tratta di processi profondamente umani.

Il labirinto di Dedalo: una metafora della mente intrappolata nella FOMO

La FOMO ricorda, sotto molti aspetti, il celebre labirinto costruito da Dedalo.

All’inizio il percorso sembra semplice. Si apre un social “solo per cinque minuti”, poi si osserva una storia, successivamente un reel, poi un profilo, poi il profilo di un’altra persona, poi il confronto, poi il dubbio, poi l’insoddisfazione. Infine ci si ritrova lontanissimi dal punto di partenza, incapaci persino di ricordare quale fosse il motivo per cui avevamo preso in mano il telefono.

Il vero Minotauro che abita questo labirinto non è Internet. È il confronto continuo. È quella convinzione silenziosa secondo cui il valore della nostra vita dipenderebbe dalla quantità di esperienze vissute, dai risultati ottenuti o dall’immagine che riusciamo a trasmettere agli altri.

Una delle caratteristiche più dolorose della Fear of Missing Out consiste, infatti, nella progressiva perdita del contatto con la propria esperienza.

La mente smette lentamente di abitare il presente e comincia a vivere costantemente altrove. Si è a cena con il partner, ma si pensa all’evento organizzato da altri amici. Si è in vacanza, ma si osservano le vacanze degli altri. Si conclude un progetto importante, ma invece di provare soddisfazione si cerca immediatamente il prossimo obiettivo.

È come tentare di contemplare un tramonto mentre si continua a voltarsi nella speranza che, alle proprie spalle, ne stia comparendo uno ancora più bello.

Così facendo, inevitabilmente, si rischia di perdere entrambi.

La FOMO non ci ruba soltanto delle ore. Ci sottrae qualcosa di molto più prezioso. Ci sottrae la possibilità di essere davvero presenti nella nostra vita.

La sofferenza dietro il bisogno di controllare continuamente

Molte persone descrivono la FOMO come una sorta di impulso difficile da interrompere. E ciò che spesso emerge durante un percorso psicologico è che il bisogno di controllare continuamente ciò che accade fuori da noi rappresenta, molto frequentemente, un modo per non entrare in contatto con ciò che accade dentro di noi.

Non perché vi sia qualcosa di sbagliato, ma perché alcune emozioni chiedono di essere ascoltate, mentre la frenesia digitale ci offre infinite possibilità per rimandare quell’incontro. Ed è proprio qui che inizia, spesso, il vero lavoro psicologico. Non nel demonizzare la tecnologia, non nel proibire i social, ma nel recuperare una relazione più gentile, consapevole e autentica con se stessi.

Se ci fermassimo ad osservare la Fear of Missing Out soltanto come una conseguenza dell’utilizzo dei social network, rischieremmo di coglierne soltanto la superficie, proprio come chi, contemplando il mare durante una giornata di calma apparente, dimenticasse che, sotto quello specchio d’acqua immobile, esistono correnti profonde, invisibili agli occhi ma potentissime nel determinare la direzione delle onde.

La FOMO, infatti, raramente nasce dal telefono. Lo smartphone è spesso soltanto la finestra attraverso la quale una sofferenza già presente trova nuove occasioni per manifestarsi.

Ogni persona porta con sé una storia unica, fatta di relazioni, esperienze, ferite, desideri, delusioni, speranze e bisogni che hanno iniziato a prendere forma molto prima dell’arrivo di Internet, e proprio quella storia rende alcune persone più vulnerabili rispetto ad altre alla sensazione di essere continuamente tagliate fuori da qualcosa di importante. Per comprendere davvero la paura di essere esclusi, quindi, è necessario volgere lo sguardo non soltanto verso gli schermi che illuminano le nostre giornate, ma soprattutto verso il paesaggio interiore che ciascuno di noi custodisce, spesso in silenzio.

Il bisogno di appartenenza: il filo invisibile che ci unisce agli altri

Ogni essere umano nasce con un bisogno straordinariamente profondo: sentirsi parte di qualcosa. Non si tratta di un capriccio. Non è una debolezza. È una delle fondamenta della nostra natura.

Sin dalla nascita impariamo che il volto dell’altro rappresenta sicurezza, protezione, conforto, riconoscimento e possibilità di sopravvivenza; il nostro cervello si sviluppa all’interno delle relazioni e continua, anche nell’età adulta, a ricercare segnali che confermino di essere accolto, visto e considerato.

Quando questa necessità incontra un ambiente digitale nel quale milioni di persone mostrano soltanto i frammenti più luminosi della propria esistenza, può accadere qualcosa di estremamente delicato. Ogni fotografia diventa un confronto. Ogni invito mancato assume il significato di un rifiuto. Ogni esperienza osservata sembra trasformarsi nella dimostrazione che gli altri stiano vivendo una vita più ricca, più intensa, più piena della nostra.

È come se il cuore iniziasse lentamente a convincersi di essere rimasto fuori da una grande festa organizzata dall’intera umanità. Eppure, quella festa, nella maggior parte dei casi, esiste soltanto nella forma accuratamente selezionata con cui viene raccontata.

Osserviamo esistenze filtrate, selezionate, ritoccate, illuminate, costruite con estrema cura, dimenticando, quasi inevitabilmente, che stiamo confrontando la nostra quotidianità più autentica con la rappresentazione più luminosa della vita altrui. È un confronto profondamente ingiusto. Ed è proprio questa ingiustizia a nutrire, giorno dopo giorno, il senso di inadeguatezza.

Quando chiedere aiuto psicologico per la FOMO può essere utile

Molte persone si sono rivolte a me per affrontare la FOMO nel mio studio di Monterotondo oppure attraverso percorsi online, portando storie diverse ma accomunate da una domanda profonda: “Come posso smettere di inseguire continuamente ciò che manca e imparare finalmente ad abitare ciò che ho?”.

Ed è spesso proprio da questa domanda che può iniziare un cambiamento significativo. Perché la terapia non consiste nel diventare persone che non provano più paura, ma consiste nell’imparare ad ascoltare le proprie paure senza permettere loro di guidare ogni scelta.

La vera domanda non è soltanto: “Come posso controllare meno ciò che fanno gli altri?”, ma diventa: “Che cosa sto cercando negli altri che forse ho bisogno di ritrovare dentro di me?”. Questa domanda apre uno spazio nuovo. Uno spazio nel quale la persona può iniziare a comprendere che dietro il bisogno di sapere sempre tutto spesso non c’è curiosità, ma una richiesta più profonda di sicurezza, appartenenza e rassicurazione. La FOMO può essere un segnale. Un invito. Una soglia. E, con il giusto supporto, può trasformarsi da una fonte di sofferenza in un’occasione per incontrare una parte più autentica di sé.

Uno degli strumenti più utili per lavorare sulla FOMO consiste nell’inserire uno spazio tra lo stimolo e la risposta automatica. Molte persone sperimentano il desiderio di controllare il telefono come un impulso immediato.

Arriva una sensazione. La mano cerca lo smartphone. Lo schermo si illumina. La mente riceve nuove informazioni. E il ciclo ricomincia.

Imparare a interrompere questo automatismo significa creare un piccolo spazio di libertà. Prima di aprire un’applicazione, può essere utile chiedersi: “Che cosa sto cercando in questo momento?”. Sto cercando un’informazione? Sto cercando una connessione? Sto cercando distrazione? Sto cercando di evitare un’emozione spiacevole?

Questa semplice domanda permette di trasformare un comportamento automatico in un atto consapevole. E ogni volta che recuperiamo consapevolezza, recuperiamo una parte della nostra libertà.

JOMO: la gioia di perdersi qualcosa

Negli ultimi anni si è diffuso un concetto opposto alla FOMO: la JOMO (Joy of Missing Out), ovvero la gioia di perdere qualcosa. A prima vista può sembrare un’idea strana. La nostra cultura ci insegna spesso che bisogna esserci sempre, conoscere tutto, partecipare a tutto, cogliere ogni opportunità.

La JOMO propone invece una prospettiva diversa: forse non perdere qualcosa non è sempre una perdita. Forse alcune rinunce sono atti di cura verso noi stessi. Scegliere di non partecipare a un evento può significare scegliere il riposo. Non rispondere immediatamente a ogni messaggio può significare proteggere il proprio spazio mentale. Non conoscere ogni dettaglio della vita degli altri può permettere di tornare finalmente alla propria.

La JOMO ricorda una verità semplice ma spesso dimenticata: ogni volta che scegliamo qualcosa, stiamo anche scegliendo cosa lasciare andare. E questo non rappresenta un fallimento. Rappresenta maturità.

Immaginiamo di avere un giardino. Ogni giorno possiamo scegliere dove rivolgere la nostra attenzione. Possiamo osservare continuamente i giardini degli altri, confrontare i loro fiori, i loro alberi, i loro colori, chiedendoci perché il nostro sembri meno bello.

Oppure possiamo iniziare a prendercene cura. Annaffiare. Potare. Aspettare. Accettare che ogni giardino abbia stagioni diverse.

La vita psicologica funziona allo stesso modo. Alcune persone fioriscono presto. Altre attraversano periodi più lunghi di preparazione. Alcuni cambiamenti avvengono rapidamente. Altri richiedono tempo.

Il confronto continuo ci fa dimenticare una cosa essenziale: non tutti i giardini fioriscono nello stesso momento. E nessun fiore sboccia più velocemente perché viene osservato con impazienza. Perché il vero obiettivo non è diventare persone che non desiderano più nulla. È diventare persone capaci di scegliere ciò che desiderano davvero.

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Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE